Il parco dei tempi

Tavoli in pietra,
metalliche catene
di gomma ricoperte e
dondolanti pensieri,
colorati profumi
ricoprono la gente.
Gorgogliante fontana
e scarpette infangate,
manine bagnate
scalpitio di anime nell’aria
il riso di giochi e partite
le scoperte e le avventure
piccole piccole.
Sento i ricordi diramanti,
fioriti prati e filini d’erba,
e tra la sabbia i diamanti:
l’accarezzante certezza
che nulla cambierà
restando eterna perfezione.
E me ne esco fragile,
sollevato il polverone.
Qui in autunno le foglie cadono,
i bambini crescono
tra graffietti e scivoloni
sull’altalena della vita,
su scivoli e castelli
e le panchine del primo bacio
-dipinte di mille emozioni
e scritte indelebili-
non si spezzeranno mai
dai loro incantesimi.
Le venature verdi muoiono,
e le foglie cadenti ardono
sul fondo dei bicchieri:
rosse, arancioni, gialle
fino a spegnersi
tra ceneri: nere foglie.
Rondini migrano e tornano corvi.
Non cambiamo affatto
se ci osservi intatti,
diventiamo chi siamo già
prima di esserlo: ci riveliamo
da bambini elastici
a ragazzi di vetro carichi
fino a diventare chi pietra, corallo, acciaio, plastica, legno,
pioggia, lembo, limbo,
un simbolo tatuato
d’orgoglio e passato, polvere e fumo…
Il parco è un varco temporale
memorabile sole, neve o temporale
paranomasìa d’estate.

~Parole come matite

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