Questa non é una storiella

Questa mattina sono andata al mercatino della Crocetta, ero insieme a mia nonna perchè avevo perso il treno.Passeggiando tra i banchi in allestimento, abbiamo trovato la madre di un ragazzino, essendo amiche lei e mia nonna chiacchieravano. Questa donna diceva di essere molto preoccupata per suo figlio perchè é preso di mira dai compagni delle medie.Io ho avuto diversi dejavu in quel momento.Insulti, frecciatine, occhiate, anche solo scherzi, ma quegli scherzi che non ti fanno ridere: tu non ridi e tutti gli altri sì. Tu scappi, poi impari a non darlo a vedere, col tempo. Beh.. per quanto si concerne.Questa donna aveva i lineamenti buoni di una persona con gli occhi grandi, tranquilla, istintiva, ragionevole.. e aveva paura, solo chi lo vive sa quanto siano stronzi ragazzini e ragazzine a quell’età. Ed è l’età anche in cui si è più fragile. Ma è l’età in cui impari le regole del vivere. In ogni gioco di ruolo la prima fase è quella di capire le regole.Lei ci diceva di aver paura della sua timidezza, raccontava che suo figlio sta bene da solo, era ai giardini tranquillo e lo hanno preso di mira, come tante altre volte. Lui tende ad isolarsi quando qualcosa non lo fa stare bene, fa scivolare trattenendo in realtà tutto un fiume di dispiacere. Che poi.. magari lo spingono a stare con gli altri quando semplicemente sa di essere diverso e per questo resta da solo. Troverà il suo posto nel mondo.Io le ho detto che magari è un po’ la timidezza ad essere qualcosa da superare, ma che quello non era un difetto, le ho detto che saper stare da soli significa stare bene con se stessi.. -sorrideva dolcemente mentre le dicevo con fermezza le mie parole- …questo è il dono più grande che si possa avere: essere oggettivi, non seguire la massa, avere il carattere che agli altri manca. Avrei dovuto aggiungere che é solo il rito di passaggio che tira fuori anche la forza forgiata dalle mille ustioni, a difesa contro il mondo, ma con la sensibilità di chi da bambino giocava solo.~Parole come matite

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28 Maggio

Aspettando su un muretto la macchina grigia.
In strada sfrecciano mille mila pesciolini argentati, ma nessuno è chi mi porterà a casa mia.
Che poi casa che sento mia neanche esiste se stiamo a guardare…
Fisso l’asfalto, la ghiaia, i fili di prato,
mentre gli sguardi dei passanti mi spogliano della mia sicurezza.
quello sguardo te lo ammazzo.
quel telefono lo spacco.
Questo di telefono, sotto il quale nascondo le ciglia, il ciglio del mio interesse nel mondo.
Anche il tuo di telefono, di te che non ho mai dubitato
che di me ti interessasse,
tuo che sto perdendo i miei punti fissi.
Crollano le pareti dell’albergo.
Cade il cielo come gocce di oceano.
Sole spento, fuoco spartito tra le nuvole.
Sto sparendo io.

~Parole come matite

Troppo presto per mescolare.

Era la prima volta faccia a faccia,
mi si é presentato con le preoccupazioni di un secondo papà,
allevatore di lupi.

Mi si è presentato come sostituto implicito al primo,
ma con un piccolo due a pedice.

Mi si è presentato
che io sudavo e ridevo nervosa,
che se non ci fosse stato il mio cavaliere mi sarei sentita nuda, inerme, indifesa,
il solito vetro da cui tutto traspare e nulla più riflette,
ma da cui ogni colore ancorato pende.

Mi si è presentato che dentro di lui tutto urlava e correva ai ripari,
mi ha invitata a sedermi,
come si fa prima di una contrattazione
e come un giullare si è appostato a parlarmi,
con quelle gambe lunghe e sottili accavallate in direzione opposta,
quegli occhi dietro a due lenti,
i capelli col gel,
prendendomi con le pinze, piccola piccola, attentamente per non farmi rompere,
ed il mio gigante mi posava la mano sotto ai piedi per reggermi dritta.
Mi chiedeva mille e due cose per fraternizzare in terre amare,
io celto, con frecce ed arco, in apparente calma, ma su linea di difesa pronta a scoccare.

…E loro parlavano di movimenti, astri, rivoluzioni!
Io nervosa con lo sguardo che mi fuggiva via dalle orbitre…
e certamente interessata, catapultata nell’immaginazione di un universo parallelo.
Eppure non si stava male, mi sentivo bardo,
loro osservatore di stelle e pilota di sogni.
E lei.. lei il mio punto fermo sfuocare,
il mio idolo sfaldato, scaglie d’incanto.

Lei guardava,
come una mamma guarda i cuccioli giocare,
come un ingegnere spera che la struttura nuova regga
e che i cuccioli non si facciano male.

Lei con mille domande,
io tutte le risposte
e silenzi e reazioni ad oscurarle.

Noi tutti lì mescolati, a parcheggiare numeri davanti le parole,
noi lì a mescolare tutti i legami alchemici della materia,
mescolare reazioni di chimica.
“È troppo presto” mi grida il cuore,
troppo presto per reimparare.
Troppo presto per rimescolare.

~Parole come matite

Bengala

Piove.
Il metallo luccica, gracile scompigliato riflesso…
Righe.
trattini sul vetro della fermata, tratti dritti come quelli dei bambini.
Smuove.
Vento, passeri, passanti spogliati dall’anima, l’anelito d’ala.
Musa.
Pioggia, ticchettio dei secondi, un binario deserto, la mia immagine assorta sulla vetrina di un bar…
La musica batte e corre nelle cuffie tamarre JBL che mi spostano i riccioli sgraziati non miei di natura.
Un ombrello, stamattina è bianco a quadri, tovaglia gettata a scudo sui miei pensieri.
Dlin-dlon.
Treno in arrivo, non lo perderò,
trema la caviglia: sedia a dondolo.
Sento profumi, suoni, battiti
d’ali in fiamme.
Brucio.
Tremo.
Attendo che manco fosse la mia fine vicina.
Bengala.

~Parole come matite

26 marzo

Ti ho sognato…
e ho sognato il mare, ho sognato la spiaggia
che era solo mia.
Ho sognato che venivi lì con me,
ma mi sono svegliata prima che accadesse,
mi sono svegliata aspettandoti,
mi sono svegliata che ero a casa mia,
ho aperto la porta del balcone e non ero più sulla sabbia e nemmeno fra le stelle che avrei voluto sfiorare.
Mi sono avegliata che tiravo il filo con prolunghe per non far spegnere il cellulare,
ma poter stare su quella sabbia, a disciogliere la rabbia fissando le onde
fino a disciogliermi nel mio cuscino e nell’immaginazione di un futuro che desidererei.
Hanno spezzato la meraviglia di quella solitudine ed attesa,
sognavo di essere circondata,
ma di pensare a te e nessun altro,
anche mentre cercavano di conquistarmi
ed io non li calcolavo.
Ho sognato di perdere la strada,
disordinare ogni pensiero,
chiamarti, cercarti in mare e cielo.
Sognavo di prendere il treno
ed aspettarti lì:
dove la terra finisce e l’oceano comincia.

~Parole come matite

Corde di gambi

Em.
(…Don’t think about it,
C F C
‘cause we’ll be free a day…).
Sto provando la mia canzone,
è venuta molto bene ma va ancora sistemata, le corde sono delicate,
ma ormai so come vanno prese:
come se avessi un plettro tra pollice e indice, con la giusta forza,
non con le unghie di tutta la mano
e guai se non premessi bene i tasti con l’altra!

Uuuuh é il citofono! È arrivato.

Quale ingiustizia…
non prendere le chiavi per poi dover suonare… si, ma
è il suo mestiere
(rompere le scatole dico)
lui che poi.. non potrei mai licenziarlo
(mio fratello dico)
dall’essere il mio piccolo infastiditore personale.
Oggi, però, mi porta qualcosa,
chi poteva dirlo ricordasse il mio compleanno? Glielo avranno ricordato,
ma mi è dolcissimo il pensiero.
Volete conoscere il dono,
lo so e vi terrei sulle spine…
Ma non ci vuole un indovino,
vi dico già che le spine non ci sono.
Tre gialle corone petalose, su teste castane, diritte, per nulla chinate
come indicassero una qualche strada
e poi, come lacrime, rugiada, perle,
tra la rete
(che si dà il caso sia del mio colore preferito)
costellano piccoli occhi chiari
che cospargono l’atmosfera
pescando gli sguardi per rifletterne l’iridescenza.
Raggi morbidi da accarezzare tra pollice e indice come fossero plettri anch’essi imitando le mie dita.
L’odore particolare e innocente di margherite spontanee
e un fiocco intonato a quell’oro,
un fiocco a rinchiudere tutto quel vento in un velo, un vaso di plastica con un po’ di acqua dentro.
Questi girasoli mi ricordano l’innecessità di complicarsi tanto.
Da piccola sognavo di vendere fiori, tutt’ora entrare dal fiorista mi fa quest’effetto strano
di immaginarmi lontano,
di pensare agli occhi di chi li riceve in regalo e alle idee di chi li sceglie per l’altro.
Fossi albero… fossi colle o montagna, mi tatuerei di fiori, li seminerei nel cemento affinchè crescano tra le crepe dei muri e delle strade.

~Parole come matite